Luce – Profondità di campo
Avete mai fatto caso che la luce ha una sua profondità di campo?
Voglio dire che anche lei ha un modo di comportarsi che varia con la distanza dalla sorgente luminosa, diventa più o meno contrastata al variare della distanza.
La prova è facile, prendete una bella lampadina, accendetela e misurate la sua intensità con un esposimetro allontanandovi da essa. Vedrete che nei primi centimetri la luce cambierà molto in fretta la sua intensità (legge dei quadrati inversi) ma pian piano diminuisce sempre meno rispetto al rilevamento precedente.
Infatti la luce è molto più contrastata se ci si avvicina (variazioni di intensità elevate a piccole variazioni di distanza) e lo è meno se si è lontani.
In pratica, è come la profondità di campo in ottica, più ci si allontana e più si entra nel campo dell’iperfocale, dove tutto è a fuoco, mentre nel macro la PDC è ridotta a pochi millimetri. Qui si parla di contrasto: massimo vicino alla luce, minimo lontano dalla luce.
Una cosa che spesso si dice della qualità della luce è che questa può essere morbida o dura e generalmente questi aggettivi inducono le persone a pensare che una luce morbida non sia contrastata, mentre una luce dure lo sia. In realtà i due aggettivi definiscono il passaggio tra la zona d’ombra e la zona illuminata e non la differenza di illuminazione tra queste due zone.
Più il passaggio tra luce e ombra è netto, più la luce si dice ‘dura’, viceversa si dice morbida, fino ad arrivare alla situazione in cui non ci sono ombre e si dice che la luce è addirittura ‘morbidissima’ (vedremo in un qualche futuro articolo che se non ci sono ombre non significa certo che la luce sia morbida, quantomeno non necessariamente).
Questo effetto è dato dalla dimensione apparente della sorgente luminosa rispetto al soggetto.
Se avete un bel bank da 1 metro per 1 metro e il soggetto è a pochi centimetri dal bank, vedrà il bank come davvero grande, poichè ha un metro quadrato di luce a pochi centimetri dal viso, e la luce arriva da ogni centimetro di quella superficie. Tutta quella luce avvolge il soggetto e elimina le ombre quasi del tutto, generando la morbidezza di cui si parlava prima.
Tale luce è quindi molto morbida ma anche molto contrastata, in virtù della vicinanza del soggetto alla sorgente luminosa.
Bene, se ora il soggetto lo allontaniamo di qualche metro dal bank, lui vedrà il bank molto più piccolo di prima. Ora la sua superficie apparente è più piccola e la luce che arriva da quella superficie non è in grado di ‘avvolgere’ il viso come prima. La luce appare quasi puntiforme al soggetto e quindi l’ombra che essa genera è molto più netta di prima. In compenso la luce è meno contrastata e quindi permette di lavorare con i dettagli più tenui.
L’uso del contrasto che la luce fornisce, permette di ottenere molti effetti che il fotografo desidera.

In questa foto potete notare come la luce e il suo contrasto sia usata per definire il corpo del modello.
Alla sinistra del fotografo c’è un bank di generose dimensioni, proprio a pochi centimetri dal corpo del modello. In virtù della stretta vicinanza della fonte luminosa, l’intensità della luce cala molto in fretta, fornendo proprio il contrasto elevato che è ricercato per quell’immagine.
La modella è stata fotografa con una luce nuda, a circa 3 metri di distanza e come si può notare anche nelle ombre c’è una lettura piuttosto chiara dei particolari, al contrario della foto precedente, dove era quasi impossibile vedere la trama della pelle.
![Anna-9-esempio post [Anna]](http://www.faberphoto.it/blog/wp-content/uploads/2009/12/Anna-9-e1262083099326.jpg)